“Sono il Banksy di Torino, metto i politici alla berlina”

Parla il ragazzo che ha tappezzato la città, primo striscione in corso Unità d’Italia: “Che paura"

Per mantenere segreta l’identità, indossa un cappuccio come gli hacker di Anonymous che non nasconde l’apparecchio per i denti e la sua giovane età. L’appuntamento è in un bar di via Po. È seduto al tavolino e davanti al pc. Sul desktop s’intravede il volto dell’ex presidente della Lombardia, Roberto Formigoni. Potrebbe essere la prossima vittima dei suoi finti manifesti pubblicitari che da tre anni appaiono a Torino mettendo alla berlina i politici da Trump a Giovanardi. Manifesti anonimi. Tanto da far nascere il mito del «Banksy di Torino». All’appello via Twitter lanciato per intervistarlo sei mesi fa, ha risposto con una mail. Firmata: Andrea Villa.

«No. È una persona qualsiasi che ha twittato la foto dalla locandina della Mussolini con il condom in testa. Nome ripreso da Libero pensando che fosse il mio. Come l’Indietrotutta quando Troisi fu scambiato per Rossano Brazzi».

Con i manifesti quando ha iniziato?

«Nel 2014, con un striscione del “Quinto Stato” in corso Unità con i politici e una scritta “Solo chiacchiere e vitalizio”. Mi ricordo ancora la paura mentre lo appendevo».

Poi, gli altri.

«Come il finto manifesto elettorale del senatore Razzi. E’ un gran manipolatore: trasformato in macchietta, con la sua simpatia è diventato popolare. Paradosso dei politici di oggi».

Che anche lei rende popolari.

«Bisogna guardare l’abisso come Nietzsche».

A partire dai social?

«La nostra è una società virtuale. La mia è street-art 2.0 che va sul web per studiare come è percepita e capire come modifica le opinioni».

Quanta serietà.

«Beh, in ogni mio manifesto c’è anche la fase cazzona. Sono fan dei Griffin e i loro messaggi seri, ma demenziali».

Perché un giovane pensa alla politica?

«Non ho tessere e preferenze. Ma sono un Millennial».

E quindi?

«Generazione dannata. Cresciuta davanti alla tv commerciale, lanciata nella società dalla crisi. Siamo disillusi. Post Berlusconi, è nata la voglia di vendetta contro i politici “da Bagaglino”. Ci hanno tradito».

Come è nato «Eau di Nolfi»?

(ride) «Con un’intervista di Michela Murgia che spiega che l’omofobia nasce dalla paura di mettere in dubbio la propria mascolinità, mentre nell’Antica Grecia era il contrario».

Perché opta per i fotomontaggi?

«È la cultura del remix. Oggi è inutile creare immagini nuove con Instagram. Mi ispiro ai dadaisti di Aiz. Le finte locandine creano un dubbio in una società dove è facile falsare se tutto è una bufala. Poi, ci sono gli inserti culturali...».

Cioè?

«Nascosti riferimenti all’arte “alta”. Come nel manifesto di Obama, la mano che reggeva il volto è del Bernini, sulla camicia della Mussolini c’è Toilet Paper di Cattelan. I mass media non sono in grado di apprezzare gli artisti. Si fermano al messaggio superficiale».

E Banksy?

«È un idolo, ma voglio far divertire come Maccio Capatonda. Miro alle contraddizioni. I militanti della Meloni l’attaccarono per il mio manifesto dei Marò. Le chiesero di fare politica non sugli scandali, ma sugli ideali di destra. Ma non dubitarono che fosse falso».

Sogna le gallerie?

«Mi piacerebbe organizzare una mostra. Con il mio avvocato ho chiarito che non corro rischi penali. In ballo c’è solo l’affissione abusiva».

Dopo il manifesto per Fassino, quando quello per Appendino?

«Ho criticato la “politica dell’onestà di Grillo” rappresentandola mortuale come Sam Jinks. La politica è mediazione. Ed è responsabilità. In primis di chi vota. Un manifesto su Appendino? Divertente. Ci penso».